Da laRepubblica – Saranno anche troppi, a giudizio del presidente del Consiglio, ma sono sicuramente molti meno di prima: dal 2000 a oggi sono andati in prepensionamento volontario e incentivato oltre 48.000 bancari, ed entro il 2020 ne dovrebbero uscire altri 23.000.
In tutto, il sistema bancario italiano si riduce di oltre 70.000 dipendenti. E anche gli sportelli hanno cominciato a diminuire a partire dal 2008: dopo un picco di 57,1 per 100.000 abitanti a fronte di una media europea di 41,9 (senza considerare anche gli sportelli di Bancoposta, con i quali si arriverebbe a un’ottantina), nel 2014 si erano attestati a 51, una tendenza che continua a fronte dello sviluppo di altre formule, come l’home banking e, ultimamente, anche il mobile banking. E comunque l’Italia non vanta alcun primato in Europa: la Spagna e la Francia hanno un numero più elevato di sportelli per abitante.
Ecco perché l’ennesimo richiamo del premier Renzi ieri a “Domenica Live” viene accolto con una certa insofferenza dal mondo finanziario. Il presidente del Consiglio è impegnato a promuovere la “sua” riforma delle banche popolari, si osserva, e quindi auspica un numero elevato di aggregazioni, a conferma della bontà del percorso intrapreso. Ma questo ha poco a che fare con una serena analisi di quanto sta avvenendo.
Tanto che i sindacati del settore invece non hanno problemi a manifestare apertamente tutta la loro indignazione, e in un comunicato congiunto firmato Fabi, First Cisl, Fisac Cgil, Sinfub, Ugl Credito, Uilca e Unisin rivendicano i tanti passi compiuti per «riformare il sistema bancario e renderlo più prossimo agli interessi del Paese, e si stupiscono del fatto che Renzi «si compiaccia nell’annunciare che 300.000 posti di lavoro dovranno diminuire e comunque essere di peggiore qualità rispetto al passato».
Dall’ultima Relazione della Banca d’Italia risulta che l’occupazione bancaria è in contrazione del 2,3%. E anche gli sportelli (dati Bce) erano scesi a 30.723 alla fine del 2014, mille in meno del 2013 e quasi tremila in meno rispetto al 2010. Netta anche la flessione dei dipendenti, scesi sotto le 300mila unità. «Si assiste a una fase di ristrutturazione delle reti – si legge in uno studio del Cetif, il centro di ricerca su Innovazione e servizi Finanziari dell’Università Cattolica di Milano – con una percentuale di chiusura delle filiali che si attesta al 3,58% e un tasso medio di apertura che si ferma allo 0,48%».
A fronte di questi dati, il sindacato si chiede quale sia l’obiettivo di Renzi: promuovere riduzioni di personale e di sportelli, più traumatiche di quelle che faticosamente stanno già avvenendo negli ultimi anni? Gli esuberi sono distribuiti in tutte le banche, si va dalle 5740 uscite di Unicredit alle 4.500 riconversioni professionali di Intesa Sanpaolo alle 8.000 uscite totali di Mps previste entro il 2018. «Noi non abbiamo mai avuto strappi con le aziende, abbiamo sempre governato il cambiamento. – rivendica Lando Sileoni, segretario generale della Fabi – Non vogliamo però cacciare la gente, dobbiamo continuare a dare la possibilità del prepensionamento.
E per il resto, anche noi siamo per l’evoluzione del lavoro in banca, cercando però di mantenere o di far tornare nel perimetro le attività esternalizzate, da quelle legali a quelle di recupero crediti».
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