Governo: approvato il decreto legge salva-banche

da Repubblica.it – MILANO – Parte una “nuova” stagione, con un nuovo management, per le quattro banche salvate dal Fondo di risoluzione italiano con un’operazione senza precedenti architettata da Bankitalia e Mef, con il placet della Commissione Ue. Oggi la Cassa di Ferrara, Banca Marche, Banca Etruria e Carichieti hanno riaperto anteponendo al loro vecchio nome l’appellativo di “Nuova”, a seguito di un intervento da 3,6 miliardi deliberata dal Cdm di domenica pomeriggio. Un’operazione a carico del sistema bancario nel suo complesso, che ad esempio costerà a Intesa Sanpaolo 475 milioni di euro. La Ca’ de Sass è uno dei tre grandi istituti (con Unicredit e Ubi) che ha garantito la linea di liquidità immediatamente necessaria per avviare il salvataggio, che viene remunerata “a tassi di mercato” e ha scadenza massima di un anno e mezzo. “Ogni banca farà la sua parte nella misura in cui verrà richiesta dalla legge”, ha detto invece il presidente del Consiglio di sorveglianza di Bpm, Piero Giarda. “La solidarietà implica a volte di rinunciare a una parte del proprio potere d’acquisto a favore di iniziative che sono necessarie. Poi se si faccia volentieri o malvolentieri è un’altra cosa”.

All’indomani della definizione del salvataggio, dunque, l’istituto guidato da Carlo Messina ha comunicato che la banca finanzierà il Fondo di risoluzione con 1,33 miliardi di euro di prestiti. Anzitutto Intesa Sanpaolo erogherà a favore del Fondo di risoluzione un finanziamento da circa 780 milioni di euro, corrispondente alla quota di pertinenza di un finanziamento complessivo di 2.350 milioni di euro, che verrà rimborsato a dicembre 2015 con i contributi che saranno stati versati al Fondo dal sistema bancario italiano da tutte le banche (che comprendono i 500 milioni a valere su quest’anno più l’anticipo delle successive tre annualità). Al Fondo di risoluzione verrà concesso un secondo finanziamento da 550 milioni, pari alla quota di pertinenza di un finanziamento da 1.650 milioni, con scadenza a 18 mesi meno un giorno, a fronte del quale la Cassa Depositi e Prestiti ha assunto un impegno di sostegno finanziario in caso di incapienza del Fondo. Questa è la parte di impegno che hanno assunto solo le tre banche maggiori. Quanto agli oneri del salvataggio, includono un contributo straordinario al Fondo pari a circa 380 milioni di euro ante imposte, che impatteranno sul conto economico del quarto trimestre, in aggiunta ai circa 95 milioni relativi al contributo ordinario per il 2015 già spesati nel primo semestre dell’anno.

L’operazione varata ieri dal Cdm, come ha rivendicato Palazzo Chigi, non ricorre “a soldi pubblici o obbligazioni e depositi”, che sarebbero coinvolti dal 1° gennaio prossimo con il pieno dispiegamento della direttiva Ue sul ‘bail-in’, il salvataggio dall’interno delle banche. In questi quattro casi, infatti, a subire le perdite sono gli azionisti e gli obbligazionisti subordinati, con l’azzeramento del capitale eroso dalle perdite di bilancio e dalla svalutazione delle sofferenze (nella bad bank ne confluiranno 8,5 miliardi, ma svalutate fino a 1,5 miliardi): circa 700 milioni. La restante liquidità, come visto, arriva dal sistema bancario e in minima parte in forma di aiuti di Stato prevista una revisione della disciplina fiscale per le “nuove” banche risanate.

L’operazione, in sintesi, prevede la creazione di una banca ‘cattiva’, una ‘bad bank’, che ha accolto la parte in difficoltà delle quattro vecchie banche: i crediti in sofferenza hanno subito una massiccia svalutazione da 8,5 a 1,5 miliardi di euro in modo da agevolarne presto la vendita sul mercato, come ha specificato Bankitalia. I crediti “saranno venduti a specialisti nel recupero crediti o gestiti direttamente per recuperarli al meglio”. La parte “sana” delle banche è finita invece nelle banche ‘ponte’, che sfruttano le risorse fornite dal Fondo di risoluzione: 1,7 miliardi per coprire le perdite, 1,8 per la ricapitalizzazione e 140 milioni per l’operatività della bad bank, che però non ha la licenza bancaria. I fondi vengono reperiti dal sistema bancario, che in cambio riceve agevolazioni fiscale sulle imposte differite. Le quattro entità rinnovate, senza discontinuità operativa con i vecchi

sportelli, hanno tutte alla presidenza l’ex dg di Unicredit, Roberto Nicastro. Dai comunicati di Bankitalia emerge la prima fila di manager: in Banca Etruria con Nicastro c’è Roberto Bertola, a Chieti Salvatore Immordino, a Ferrara Giovanni Capitanio e nelle Marche Luciano Goffi.
 

Da www.milanofinanza.it –  Il governo approva il decreto salva-banche

Banche salve. Il consiglio dei ministri ha infatti approvato il decreto legge che contiene alcune norme procedurali volte a agevolare la tempestiva ed efficace implementazione delle procedure di risoluzione della crisi per CariFerrara, Banca delle Marche, Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio e Cassa di risparmio di Chieti. Il provvedimento consente di dare continuità all’attività creditizia – e ai rapporti di lavoro – tutelando pienamente i correntisti. E, soprattutto, consente di evitare il ricorso al bail-in che entrerà in vigore a partire dal primo gennaio 2016.

In particolare, si legge nel comunicato di Palazzo Chigi pubblicato al termine di una riunione lampo durata circa mezz’ora, il provvedimento consente la costituzione tempestiva delle nuove banche (banche-ponte) contemplate dai provvedimenti di avvio della risoluzione delle 4 banche in difficoltà. Il decreto definisce un quadro normativo certo sulle modalità con cui saranno raccolti i contributi da parte del settore bancario al Fondo di risoluzione nazionale, le
ci risorse saranno garantite dal sistema bancario italiano nella sua totalità. Questa nuova procedura anti-crisi prenderà il via successivamente all’integrale avvio del Meccanismo di risoluzione unico e le modalità per l’applicazione alle nuove banche della disciplina fiscale in materia di imposte differite attive già in vigore per tutti gli istituti di credito.

Il nuovo quadro normativo in materia di gestione delle crisi bancarie è stato definito dai decreti legislativi varati il 16 novembre scorso dall’esecutivo. La Banca d’Italia ha deliberato ieri, 21 novembre, i provvedimenti di avvio della risoluzione, approvati dal Ministro dell’economia e delle Finanze in data odierna a seguito della positiva decisione della Commissione europea sui programmi di risoluzione previsti nei provvedimenti stessi.

Il provvedimento non prevede alcuna forma di finanziamento o supporto pubblico alle banche in risoluzione o al Fondo nazionale di risoluzione.

Il decreto legge entrerà in vigore domani, 23 novembre, nello stesso giorno della sua pubblicazione.
Salvataggio da 3,6 miliardi per le quattro banche in crisi

La risoluzione delle quattro banche in dissesto (Banca Marche, Banca Etruria , Carife e Carichieti) è stata definita nei dettagli, a meno di una settimana dall’entrata in vigore della direttiva in materia (Brrd). Il Tesoro, la Banca d’Italia e le grandi banche hanno messo a punto in pochi giorni (superando l’incomprensibile opposizione della Commissione europea al salvataggio attraverso il Fitd) un’operazione di sistema da 3,6 miliardi che non tocca denaro pubblico, non attiva il bail-in e non coinvolge depositanti o obbligazionisti ordinari (secondo le regole Ue, sono stati invece assorbiti nelle perdite i bond subordinati, che però sono titoli con rischio elevato, vicino a quello del capitale).

Un’unica bad bank ha rilevato 1,5 miliardi di sofferenze (post svalutazioni) delle quattro banche, che rinascono in forma di nuove società (bridge bank) senza sofferenze e con un capitale attorno al 9%: si chiamano Nuova Banca Marche, Nuova Banca Etruria , Nuova Cassa di Risparmio di Ferrara e Nuova Cassa di Risparmio di Chieti. Le vecchie banche originarie sono state poste in liquidazione coatta amministrativa. Il presidente dei quattro nuovi istituti sarà Roberto Nicastro.

Il Fondo di risoluzione (alimentato con il denaro delle banche italiane) ha ripianato le perdite delle 4 banche originarie per circa 1,7 miliardi (recuperabili forse in piccola parte) e ha versato capitale nelle nuove bridge bank per circa 1,8 miliardi (recuperabili con la vendita dei quattro istituti, che dovrebbe realizzarsi con asta nel giro di pochi mesi). Altri 140 milioni sono serviti per dotare di capitale minimo la bad bank. Così si arriva a un valore complessivo di circa 3,6 miliardi. Le sofferenze delle quattro banche sono state trasferite alla bad bank secondo valutazioni molto stringenti (crediti nominali per 8,5 miliardi sono stati svalutati a 1,5 miliardi), con criteri persino più severi rispetto a quelli di mercato, come richiesto dalla Commissione europea. La bad bank deciderà se vendere oppure recuperare i non performing loan acquisiti.

Il conto è stato pagato dalle banche italiane, che hanno contribuito con versamenti al Fondo di risoluzione per 2,1 miliardi, che saranno contabilizzati in conto economico già nel 2015 (il costo sarà quadruplo rispetto a quello previsto per quest’anno) e con liquidità prestata da Unicredit , Intesa Sanpaolo e Ubi Banca (a tassi di mercato e con scadenza massima di 18 mesi). L’onere immediato per le banche (in parte compensabile dal punto di vista fiscale) è superiore a quello che gli istituti avrebbero pagato attraverso gli interventi del Fitd bloccati dalla Commissione Ue: un esito paradossale, perché contrario al principio del minor onere, sancito anche dalla direttiva europea sugli schemi di garanzia dei depositi.

Pochi minuti fa il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto legge che ha l’obiettivo di costituire rapidamente le nuove banche, definire i contributi al fondo di risoluzione e prevedere le modalità di conversione in credito d’imposta delle attività per imposte anticipate nel caso di risoluzione.

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