di Piero Rauber Avere una madrelingua differente da quella del Paese in cui si vive è e resta per definizione una ricchezza, un’opportunità supplementare, tanto più se questa madrelingua si parla al di
là di una (ex) frontiera vicinissima. Sarebbe tuttavia indelicato ricordarlo, di questi tempi, ai 19 dipendenti della Nova Ljubljanska Banka di Opicina, l’unica filiale italiana del gruppo bancario
sloveno, core business transfrontaliero e personale qualificato pescato generalmente dalla minoranza.
Dopo mesi di chiacchiericci e paure, infatti, adesso, a quattro anni spaccati dalla sua inaugurazione, piomba la conferma che questa modernissima filiale sarà dismessa in via definitiva – e chiuderà
suppergiù entro un anno – e che chi ci lavora perderà il posto. Un destino, questo, che accomunerà tutti e 19 – tranne presumibilmente il dirigente in carica, costretto però al caso a trasferirsi in Slovenia – e che dovrebbe materializzarsi con licenziamenti a rate, tanto per restare in tema bancario, iniziando forse già dalla metà di quest’anno. E proseguendo fino alla deadline del giugno del 2015, quando il
piano industriale fissa la fine di ogni contratto di fornitura mentre dicembre 2014 è già la data di scadenza dei rapporti banca-cliente. Speranze di retromarcia: sostanzialmente nulle. Mercoledì i
sindacati italiani incontreranno il management sloveno per quella che dovrebbe essere la presa d’atto dell’inevitabile. La Nova Ljubljanska Banka, travolta dalla crisi e dagli scandali finanziari, è sotto
salvataggio del Governo di Lubiana che l’ha nazionalizzata. Ma, di fronte a tale operazione, l’Ue – così si giustifica proprio Lubiana – sta imponendo all’esecutivo sloveno una serie di obblighi per non
prefigurare, nella forma più che nella sostanza, i soliti aiuti di Stato contrari ai principi della concorrenza comunitaria. E, tra questi, c’è pure la rinuncia alle filiali estere. La notizia ha subìto
un’accelerazione decisiva proprio nei giorni passati, effetto delle informazioni pervenute da più fronti.
Da un lato ai rappresentanti sindacali aziendali è stato consegnato un piano industriale in cui sta scritto per l’appunto che la filiale italiana di Opicina non rientra più tra le attività strategiche del gruppo.
Dall’altro Igor Gabrovec, consigliere regionale Pd in quota Slovenska Skupnost, ha ricevuto dal premier sloveno Alenka Bratusek una nota, in risposta a una missiva inviatale come vicepresidente del
Consiglio regionale, che non lascia margini a interpretazioni. «Sollecitato dai dipendenti dell’agenzia di Opicina – conferma Gabrovec – ho scritto al premier Bratusek ricordandole, oltre alla storia pluriennale della presenza di tale banca su suolo italiano, una serie di motivi che a mio avviso, al di là delle logiche di contenimento dei costi, davano comunque un rilievo strategico alla filiale italiana, a cominciare dal suo ruolo di soggetto in grado di agevolare gli interscambi economici e finanziari a ridosso del confine.
La risposta è stata che, nel piano di risanamento della banca dove lo Stato è socio al 100%, uno dei paletti della Commissione europea per poter perseguire il pareggio di bilancio senza entrare nel campo
degli aiuti di Stato è per l’appunto la dismissione dell’agenzia triestina. Per Lubiana è un discorso economico, non politico». «In risposta» alla risposta di Bratusek Gabrovec riferisce d’aver scritto al
premier sloveno che «innanzitutto spero che questa situazione non vada a sprecare professionalità così specifiche e contatti transfrontalieri preziosi». La possibilità di un reimpiego oltreconfine però –
eccezion fatta per il dirigente – è molto remota. Nella stessa Slovenia la Nlb è soggetta a un piano di tagli molto spinto: 228 dipendenti sono stati licenziati in autunno, altri 141 poche settimane fa. Il totale degli esuberi entro il 2015 dovrebbe essere del 20% di tutti i dipendenti, ovvero di circa 700 unità. Un quadro che porta a dire Gabrovec che è addirittura meno improbabile un ricollocamento del personale di Opicina «in altre banche italiane concorrenti se interessate ai rapporti transfrontalieri». Ma, visti i tempi che corrono, pare tutto così «difficile. L’ho già detto – chiude Gabrocev – questa è un’occasione persa».
Sindacati attivi per trattare le modalità
Obiettivo: limitare l’inevitabile. I sindacati si avvicinano all’incontro di mercoledì con molti interrogativi e poche basi salde. Uno dei punti che sarà di certo affrontato è quello delle modalità di
uscita, oltre che dei tempi, che dovrebbero essere contingentati in particolare dalla metà alla fine di quest’anno, con un’appendice entro giugno 2015. C’è da trattare, ad esempio, sulla possibilità che il
gruppo adotti il sistema degli esodi incentivati e che si metta in regola con le quote destinate al fondo italiano di solidarietà del credito, cosa che consentirebbe l’integrazione per due anni dell’indennità di disoccupazione. «Ma da quanto ne sappiamo per ora hanno detto di non volerlo fare», osserva Gabriella Rusca, segretario provinciale Fiba-Cisl. La certezza è che, qui, non c’è il paracadute della
cassa integrazione. Si casca in mobilità. «Lo sapevamo purtroppo – conferma Rusca – che era solo questione di tempo, stanno già spostando gli asset transfrontalieri in Slovenia. Ma, finora, le
comunicazioni erano mancate». Sono iniziate ad arrivare «la scorsa settimana – aggiunge il segretario Fisac-Cgil Elisabetta Faidutti – quando le Rsa hanno ricevuto il piano industriale per la filiale. Da allora
avevamo dieci giorni per chiedere un incontro». È quello che andrà in scena mercoledì prossimo.(pi.ra.)
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