Dal sito: fundspeople.com
I numeri della previdenza complementare in Italia mostrano un andamento in chiaro scuro, con un aumento nel numero di adesioni e iscritti e una parallela erosione nell’ammontare delle risorse destinate alle prestazioni “per effetto delle perdite in conto capitale determinate dall’andamento dei mercati finanziari”. Erosione che, su un arco temporale di dieci anni, riduce i guadagni di quanti avevano aderito a forme di previdenza complementare rispetto al TFR. I numeri danno conto di questo andamento contrastante. Secondo i consueti dati diffusi da Covip al 31 dicembre del 2022 il numero di posizioni si attesta a 10,3 milioni, con un incremento del 5,8% sul 2021 (di 564 mila unità), quando erano erano 9,745 milioni. Aumenta al contempo, anche il totale degli iscritti (che possono aderire a più forme di previdenza complementare) a quota 9,2 milioni (+5,4% sul 2021).
A guidare l’incremento, anche quest’anno, sono i fondi negoziali che registrano una crescita pari a 349 mila posizioni, +10,1% sull’anno precedente, portando il totale degli iscritti a 3,806 milioni. La crescita è motivata principalmente dall’apporto delle adesioni contrattuali (circa 200 mila), “quelle basate sui contratti collettivi in essere che prevedono l’iscrizione automatica dei nuovi assunti dei settori di riferimento e il versamento di un contributo minimo a carico del datore di lavoro”, specifica Covip che sottolinea come a supportare l’incremento nell’anno appena concluso abbia contribuito il meccanismo del silenzio-assenso per i neo-assunti del pubblico impiego (circa 80 mila).
Fondi pensione: 2022 anno nero per i rendimenti
Dal sito: ilsole24ore.com
Fondi pensione: 2022 anno nero per i rendimenti ma gli iscritti salgono a quota 9,2 milioni
di Marco Rogari e Mariolina Sesto
Il monitoraggio della Covip evidenza risultati negativi, dovuti alle continue fibrillazioni dei mercati finanziari, del 9,8% per i fondi negoziali, del 10,7% per quelli aperti e dell’11,5% per i Pip “nuovi”.
Un anno nero, o quasi. Così si è rivelato il 2022 per la previdenza integrativa, che ha dovuto dare i conti con le fibrillazioni ei mercati azionari e obbligazionari, favorite dalle ricadute del conflitto russo-ucraino, dalla crisi energetica e dal perdurare, seppure in forma più contenuta, della pandemia. Perché a un costante aumento degli iscritti, saliti a 9,2 milioni con una crescita del 5,4% sull’anno precedente, ha fatto da contraltare un vero e proprio crollo dei rendimenti delle varie forme “integrative”, che in alcuni casi, nella valutazione complessiva dell’ultimo decennio, si sono mostrate meno competitive del Tfr. Che ha presentato una rivalutazione del 2,4% annuo. Dall’ultimo monitoraggio della Commissione di vigilanza sui fondi pensione (Covip) emerge in particolare che lo scorso anno i fondi pensione negoziali hanno “accusato” un risultato negativo del 9,8% e quelli aperti del 10,7%. Un calo marcato lo hanno fatto registrare anche i rendimenti dei Piani individuali pensionistici (Pip) di ramo III (-11,5%). A mostrare un segno positivo sono state soltanto le gestioni separate di ramo I, che contabilizzano le attività a costo storico e non a valori di mercato e i cui rendimenti dipendono in larga parte dalle cedole incassate sui titoli detenuti, con un +1,1%. Un quadro tutt’altro che positivo, insomma, con cui dovranno misurarsi anche governo e parti sociali al tavolo sulla nuova riforma previdenziale, che, almeno nelle intenzioni del ministro del Lavoro, Marina Calderone, dovrà puntare proprio sul rilancio della previdenza complementare.
Il welfare che c’è già: Innovazioni e ruolo degli istituti
Il welfare che c’è già: Innovazioni e ruolo degli istituti della protezione sociale contrattuale nella formazione del reddito degli individui e delle famiglie
Di Raffaele Bruni – Bruni&Marino snc
L’obiettivo di queste pagine è quello di rappresentare e affrontare l’universo dei rischi finanziari e di quelli geopolitici. Per questo motivo ci ritroviamo il più delle volte a dover descrivere e affrontare scenari avversi con il loro portato di difficoltà economiche e sociali. D’altra parte, come ripeto spesso, per assolvere al compito di mitigazione dei rischi, soprattutto quelli di natura finanziaria, bisogna avere l’onestà di abbandonare visioni ispirate a ciò che ci piacerebbe che sia per concentrarsi, invece, su quanto è plausibile possa verificarsi.
Per questo motivo oggi vorrei prendermi una pausa, abbandonando per una volta questa linea programmatica, per affrontare un tema che mi è molto caro e che riguarda il contributo dei differenti istituti del welfare contrattuale al reddito dei lavoratori e delle famiglie.
Lo faccio perché da più di tre decenni pratico professionalmente e culturalmente questo mondo e soprattutto perché sono stufo di ascoltare e leggere le considerazioni di quanti, parlando – permettetemi di dire – a vanvera, collocano questi strumenti in un orizzonte temporale tutto proiettato nel futuro, nemmeno tanto prossimo. Voglio così dedicare questo breve contributo per sostenere la tesi contraria e cioè che già oggi essi contribuiscono in modo tutt’altro che marginale a processi di sostegno al reddito.
E’ mio obiettivo più di lungo periodo provare a costruire una mappa complessiva di questo contributo, ma questo fa parte di un progetto di cui parlerò a tempo debito. Per uscire però dal vago e offrire un’idea dei numeri di cui sto parlando proverò a svolgere un esercizio concentrandomi sull’insieme degli istituti del welfare contrattato che rientrano in uno specifico aggregato di contratti collettivi: quelli cioè che si riferiscono da una parte all’edilizia e dall’altra agli impianti fissi del legno e del cemento, oltre ad altri settori minori. Spero che questo stimolo possa offrire un’idea di quello che è oggi questo sistema nel suo complesso.
Partiamo dai fondi pensione
Una parte significativa del contributo di cui sto parlando viene dai fondi pensione. Ogni anno questi istituti contrattuali erogano prestazioni monetarie ai propri aderenti che solo in minima parte sono ascrivibili alla forma della prestazione pensionistica aggiuntiva, e che nella stragrande maggioranza dei casi assolvono a diverse funzioni integrative legate alla sussistenza di differenti bisogni, l’abitazione, le spese mediche, il sostegno al reddito vero e proprio.
Dal punto di vista della previdenza complementare i comparti che ho individuato come test sono coperti dai fondi pensione Arco (legno-arredo), Concreto (cemento), Prevedi (edilizia). Inoltre al fine delle presenti considerazioni sono stati anche considerati pro quota i valori imputabili a Solidarietà Veneto, fondo regionale che nasce all’interno del settore.
La tabella che segue è stata ricostruita a partire dalla elaborazione dei dati di bilancio dei singoli fondi pensione riferiti all’esercizio 2021. La tabella ci informa che questo gruppo di fondi pensione ha redistribuito nel corso del 2022 circa 142 milioni di Euro agli aderenti e alle loro famiglie
Le altri componenti del welfare contrattuale
Il welfare contrattuale si compone però anche di una seconda componente, destinata peraltro a crescere di importanza nel tempo, che è quella sanitaria. Siamo di fronte in questo caso a strumenti che garantiscono forme di ristoro patrimoniale a fronte di spese sostenute dalle famiglie, ovvero di interventi diretti. Purtroppo non esistono al momento informazioni pubbliche sistematiche sulle erogazioni della sanità integrativa, in quantità e qualità paragonabili a quelle dei fondi pensione. In ogni caso mi sono cimentato in una serie di estrapolazioni da dati di altra fonte e natura per arrivare a una stima del valore, che io credo sia abbondantemente individuata per difetto, di quanto è stato erogato direttamente e indirettamente dai fondi sanitari Altea (legno e cemento) e SanEdil (edilizia) oltre che da altri enti bilaterali. La somma che ho ricostruito potrebbe aggirarsi attorno a altri 62 milioni circa annui.
Vanno infine considerate ulteriori erogazioni che nascono da forme legate al welfare contrattuale che spesso hanno un loro riferimento a livello aziendale o di territorio.
In alcune categorie come quelle degli edili le stesse vengono erogate dalle casse edili e, nell’artigianato, dagli enti bilaterali, Ovviamente mi riferisco qui alle erogazioni che rientrano propriamente nel welfare nelle sue varie forme escludendo quanto gli stessi enti erogano a differente titolo (ad esempio per la mutualizzazione di alcuni istituti retributivi). In questo caso potremmo aggiungere, con una proiezione molto sottostimata, ulteriori 20/30 milioni.
Infine vanno considerate le nuove forme defiscalizzate del welfare aziendale. Potremmo pensare ad altri 2/3 milioni.
Grandi, grandi numeri
Se si mettono assieme tutte queste cifre si arriva a qualcosa che sta attorno ai 230 milioni all’anno. Ovviamente questo numero va preso con tutte le cautele del caso sia per quanto già detto relativamente alla non disponibilità di dati pubblici sia per il fatto che questo esercizio ha aggregato collettivi differenti. I fondi pensione operano nei confronti dei soli aderenti, i fondi sanitari per una platea più vasta, gli enti bilaterali hanno tra loro differenti profili di prestazioni, il welfare aziendale è attivo solo laddove si è arrivata a una configurazione contrattuale.
In ogni caso stiamo parlando di cifre assai rilevanti che confermano l’ipotesi di lavoro da cui sono partito. Immaginiamo ora di poter costruire un quadro d‘assieme che unisca i vari settori produttivi. Su questo come detto sto lavorando a un progetto di vasta portata. Il dato che emergerebbe non potrebbe che confermare il ruolo svolto da questi istituti e potrebbe essere di guida a una politica non sempre adeguatamente attenta nei confronti di questi strumenti. In realtà una volta raccolti questi numeri sarebbero una base di grande interesse per una infinità di ragionamenti. Ne cito solo uno in conclusione che afferisce al ruolo delle parti sociali. Il peso del welfare contrattuale dimostra ancora una volta il ruolo delle parti sociali, e in particolari di quelle sindacali, nel processo di costruzione del welfare. In Italia, infatti, a differenza di quanto è avvenuto in altri paesi lo sviluppo della protezione sociale è stata solo in parte figlia dell’attività diretta dell’azione politica. In altri paesi la storia del welfare può essere letta attraverso l’alternanza di compagini governative più o meno indirizzate verso la componente lavoro. In Italia invece, pensiamo alle pensioni, questo sviluppo è frutto soprattutto delle grandi iniziative sindacali, che in ogni epoca la Politica ha accolto nella legislazione. Se è così per la storia passata questo schema sembra ripetersi anche con le piccole e grandi innovazioni che accompagnano il nuovo welfare.
Il Bilancio del Sistema Previdenziale italiano
Dal sito: itinerariprevidenziali.it
Decimo Rapporto – “Il Bilancio del Sistema Previdenziale italiano – Andamenti finanziari e demografici delle pensioni e dell’assistenza per l’anno 2021
Giunto nel 2023 alla sua decima edizione, il Rapporto rappresenta un unicum nel panorama italiano, in quanto unico strumento in grado di racchiudere in un solo documento sia una visione d’insieme del complesso sistema previdenziale italiano (inteso nell’accezione più ampia del termine) sia una riclassificazione all’interno del più ampio bilancio dello Stato della spesa sostenuta per il welfare, che rappresenta oltre la metà dell’intera spesa pubblica. Ideale proseguimento delle pubblicazioni un tempo realizzate dal Nucleo di Valutazione della Spesa Previdenziale, costituto dalla legge n.335/95 e cessato nel 2012, a partire dal 2014 viene curato dal Comitato Tecnico Scientifico e dagli esperti del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, molti dei quali già componenti o collaboratori del NUVASP, con l’obiettivo di essere messo a libera disposizione del governo, delle istituzioni (italiane e internazionali), della stampa e di tutti i soggetti interessati ai temi della previdenza sociale.
Rigorosamente redatto sulla base dei bilanci consuntivi degli Enti di Previdenza analizzati, lo studio illustra gli andamenti della spesa pensionistica, delle entrate contributive e dei saldi delle differenti gestioni pubbliche e privatizzate che compongono il sistema pensionistico obbligatorio del Paese (inclusi gli andamenti delle Gestioni per gli interventi assistenziali GIAS e della Gestione Prestazioni Temporanee GPT per le prestazioni di sostegno al reddito), mettendo in particolar modo in evidenza le principali variabili – numero degli iscritti attivi, numero dei pensionati, contribuzione media, pensione media e relativi rapporti economici e demografici – che fotografano la situazione di INPS e Casse di Previdenza dei liberi professionisti al 2021, ultimo anno di rilevazione per il quale sono disponibili dati completi. Grazie a un database che estende il suo periodo di osservazione fino al 1989, primo anno da cui è invece possibile usufruire di serie storiche omogenee, all’osservazione puntuale dei singoli fondi si affianca poi un’analisi retrospettiva dei trend di spesa lungo un arco temporale di ben 33 anni.
Con il preciso intento di fornire indicatori utili non solo a valutare i bilanci correnti ma anche a definire la sostenibilità di medio e lungo termine del sistema, così come l’adeguatezza delle prestazioni fornite, il Rapporto offre dunque anche una dettagliata valutazione sulla progressione nel tempo del rapporto tra spesa totale per il sistema di protezione sociale e PIL, nonché una stima dei tassi di sostituzione pubblici (e complementari) per differenti carriere e scenari. In linea con le precedenti edizioni, completano infine la pubblicazione i principali numeri del sistema di welfare complementare, sempre più indispensabile per garantire la tenuta del welfare state in una società che invecchia: elementi essenziali per realizzare un bilancio, quantitativo e qualitativo, del sistema previdenziale italiano.
Decimo Rapporto - I punti critici del nostro welfare state
I punti critici del nostro welfare state analizzati dal Professor Alberto Brambilla, Presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali e curatore del Decimo Rapporto sul Bilancio del Sistema Previdenziale italiano
La sostenibilità del sistema previdenziale italiano, con particolare riferimento alle pensioni, non può prescindere dalla sostenibilità del sistema Italia, a sua volta condizionata dal debito pubblico e dal suo rapporto con la ricchezza annuale prodotta. Ebbene, il Decimo Rapporto sul Bilancio del Sistema Previdenziale italiano – presentato alla Camera dei Deputati il 18 gennaio – parte dal ricordare l’evoluzione del debito: a fine 2019, prima della pandemia, era pari a 2.409,9 miliardi (134,7% del PIL) rispetto ai 1.632 (102% del PIL) del 2008. In soli 11 anni, nonostante l’austerity della “matrigna” Europa (così la definirono tutti i partiti e le parti sociali), sono stati accumulati ben 777 miliardi di nuovo debito, con un incremento sul 2008 del 47%: COVID-19, reddito di cittadinanza, superbonus, Quota 100, salvaguardie pensionistiche del triennio Conte (2018/20), hanno portato il debito a fine 2020 a 2.573,5 miliardi (+163,6 miliardi e 157% del PIL). A fine 2021, pur a fronte di una crescita del PIL del 7,2% e un aumento dell’occupazione di +550mila, il debito raggiunge i 2.678,4 miliardi di euro con un incremento di circa 104,9 miliardi in 12 mesi, (150,8% del PIL). A fine 2022 saremo a 2.775 (altri 96 miliardi) nonostante il Governo Draghi entrato in carica nel febbraio 2021 e nel 2023 con un deficit del 4,5% ne accumuleremo altri 85 anche se il rapporto debito/PIL, grazie alla svalutazione prodotta dall’inflazione e pagata da tutti i risparmiatori e pensionati, si ridurrà al 145% (la media UE 2022 è al 94%).
In questo contesto il Rapporto evidenzia una seconda debolezza: il rapporto attivi/pensionati, fondamentale per la sostenibilità di un sistema a ripartizione come quello italiano. Malgrado la ripresa del 2021, oggi abbiamo 1,41 lavoratori attivi che versano i contributi ogni pensionato, con il Nord che arriva a 1,6 e il Centro e Sud sotto 1,2. Rapporto che rimarrà così, in assenza di vere politiche industriali, anche nel biennio 2022-23. La terza debolezza di sistema è rinvenibile nella “gara” che tutti i partiti, incitati anche dai sindacati, hanno messo in campo per ridurre le età di pensionamento. Si è inventato di tutto: APE sociale, lavori gravosi (di cui non esiste traccia nella letteratura medico-scientifica), precoci, accesso ai fondi esubero con anche 7 anni di anticipo rispetto ai requisiti pensionistici, Opzione Donna, salvaguardie, Quota 100 poi 103 e così via, aumentando così il numero di pensionati. Pensionati aumentati rispetto al 2018 (l’anno del minor numero di pensionati da oltre 25 anni) di oltre 90mila unità, peraltro sempre più giovani dato che l’età media delle cosiddette uscite anticipate, è scesa a 61 anni e 8 mesi per i maschi e 61,3 per le femmine; per i prepensionamenti e le invalidità, le età scendono rispettivamente a 59,7 e 55,2 per i maschi e 58 e 54,2 per le donne. Il basso numero di occupati, l’aumento del numero dei pensionati e le eccessive decontribuzioni hanno prodotto un deficit tra entrate e uscite di 30 miliardi, meno dei 39 dell’anno pandemico ma 10 in più rispetto al 2019; e il ripianamento sarà a carico dello Stato e dei pochi contribuenti che pagano le tasse (meno del 40% degli italiani).
Il giudizio del Rapporto rispetto alla decontribuzione, cioè alle norme che consentono di non versare tutti o parte dei contributi pensionistici per alleggerire il costo del lavoro, ponendoli a carico dello Stato – e, quindi, di tutti noi che oltre alle tasse e contributi nostri dobbiamo finanziare pure le imprese, è fortemente negativo per due ragioni: la principale è che nonostante tutte le decontribuzioni concesse l’Italia non solo non ha aumentato il numero dei lavoratori attivi ma, nel giugno del 2022, è passata all’ultimo posto della classifica Eurostat per tasso di occupazione, battuta persino dalla Grecia, Cipro, Malta, Romania e così via. Per arrivare alla media europea (oltre il 70%) all’Italia, con un misero 60,3%, mancano oltre 4 milioni di lavoratori; molti di più per raggiungere Germania, Danimarca e nord Europa, che superano il 75%, e l’Olanda con un 81,9%; la seconda ragione è che la decontribuzione costa ogni anno allo Stato oltre 23 miliardi, che devono essere ripianati versandoli con legge di bilancio all’INPS. Se si sommano queste cifre con gli 8,4 miliardi di costi del reddito di cittadinanza, ecco fatto il deficit INPS.
Molto spesso politica, sindacati e media affermano che le pensioni in Italia sono basse: non è così perché le pensioni, ovviamente come anche i meno ferrati in economia possono capire, sono legate ai redditi e se questi sono bassi non è che le pensioni, per miracolo, possano essere alte. Come evidenziato nel Rapporto, per i lavoratori dipendenti pubblici e privati e per i lavoratori autonomi (artigiani, commercianti, imprenditori agricoli e altri), la pensione media è pari rispettivamente a circa il 70% e 60% del reddito medio dichiarato ai fini fiscali, il che rappresenta un ottimo tasso di sostituzione, tra i più elevati della UE. Il Rapporto evidenzia poi l’elevato livello della spesa sociale sul PIL e sulla spesa totale nel 2021. A fronte di una spesa pubblica totale di 985,961 miliardi (rispetto ai 944,420 miliardi. del 2020 e gli 871 del 2019), le entrate complessive sono state pari a 857,634 miliardi, di poco superiori a quelle del 2019 per un disavanzo enorme, pari a 128,327 miliardi, che si sommano ai precedenti; la spesa per la protezione sociale (pensioni, sanità e assistenza) nel 2021 è ammontata a 517.75 miliardi, rispetto ai 510,258 miliardi del 2020 (488,336 mld nel 2019): il 52,51% della spesa totale italiana.
Il dato smentisce quanto spesso si afferma, e cioè che in Italia si spende poco per il welfare rispetto ai Paesi UE. In realtà l’incidenza percentuale della spesa per welfare sul PIL colloca l’Italia, per il 2020, al secondo posto con l’Austria (33,3%), dopo la Francia (35,2%): ciò significa essere nella top five mondiale nonostante il nostro Paese abbia un enorme debito pubblico. Inoltre, tra i grandi Paesi, siamo al secondo posto dopo la Germania per spesa sociale in percentuale della spesa pubblica totale.
EIOPA: il primo stress test climatico
EIOPA: il primo stress test climatico indica un alto rischio di transizione per i fondi pensione
Dal sito: https://esgnews.it/
I fondi pensione europei sono esposti materialmente al rischio di transizione. È quanto emerso dai risultati dello stress test climatico degli enti pensionistici aziendali e professionali europei (EPAP) pubblicati dall’Autorità europea delle assicurazioni e delle pensioni aziendali e professionali (EIOPA).
Nel primo stress test climatico del settore, l’EIOPA ha voluto valutare la resilienza degli EPAP rispetto a uno scenario di cambiamento climatico che simula una transizione improvvisa e disordinata verso un’economia verde come conseguenza di un’attuazione ritardata delle misure politiche. Sebbene lo stress test non sia un esercizio da superare o meno, i risultati indicano che gli EPAP hanno un’esposizione significativa ai rischi di transizione.
Con un campione di 187 EPAP di 18 Paesi, lo stress test ha riguardato tutti i Paesi dello Spazio Economico Europeo (SEE) con settori EPAP significativi. Complessivamente, è stato analizzato più del 65% delle attività dei regimi a prestazioni definite (DB) e dei regimi a contribuzione definita (DC).
L’EIOPA ha adottato un approccio di bilancio completo per esaminare l’impatto sui portafogli di attività degli EPAP e sulle loro passività a lungo termine. L’esercizio ha seguito una duplice metodologia: oltre a un approccio di bilancio nazionale (NBS) basato sulla normativa nazionale di valutazione, è stato utilizzato un approccio di bilancio comune (CBS) con valutazioni mark-to-market per rendere possibili confronti significativi.
A causa della natura dello scenario di transizione disordinata, l’esercizio si è concentrato sul portafoglio di attività degli EPAP. I risultati mostrano che gli EPAP sono notevolmente esposti ai rischi di transizione. Per quanto riguarda gli attivi, lo scenario di stress ha provocato un calo complessivo considerevole del 12,9%, corrispondente a perdite di valore degli attivi di circa 255 miliardi di euro. La maggior parte del calo di valore ha riguardato gli investimenti azionari e obbligazionari. In media, gli EPAP avevano circa il 6% dei loro investimenti azionari e il 10% di quelli obbligazionari in settori ad alta intensità di carbonio come l’industria mineraria, l’elettricità e il gas e i trasporti terrestri, per i quali lo scenario prevedeva forti svalutazioni tra il 20% e il 38%.
Lo scenario, che comprendeva le oscillazioni dei tassi di interesse, ha influito anche sul lato delle passività. Le passività sono diminuite a causa dell’aumento dei tassi privi di rischio, che hanno contribuito ad attenuare l’impatto delle svalutazioni del lato attivo sul rapporto di finanziamento, anche se non hanno compensato completamente il calo. Le posizioni finanziarie sono quindi ancora leggermente peggiorate. Mentre i coefficienti di finanziamento sono diminuiti di 2,5 punti percentuali (da 122,7% a 120,2%) secondo la metodologia nazionale e di 2,9 punti percentuali (da 119,9% a 117,0%) secondo la metodologia comune, i coefficienti di finanziamento aggregati post-shock negli schemi pensionistici a capitalizzazione sono rimasti al di sopra del 100% nella maggior parte degli Stati membri, in parte grazie alle forti posizioni pre-shock.
“Se si considerano sia le attività che le passività, l’impatto sui coefficienti di finanziamento appare gestibile, il che è di per sé rassicurante”, ha dichiarato la presidente dell’EIOPA Petra Hielkema. “Tuttavia, le pesanti perdite sul fronte delle attività evidenziano chiaramente la vulnerabilità del settore ai rischi climatici, soprattutto per quanto riguarda gli investimenti in industrie ad alta intensità di carbonio. Nello scenario di quest’anno, il calo delle passività dovuto all’aumento dei tassi di interesse ha contribuito a controbilanciare gran parte delle perdite sul lato degli attivi, ma questo potrebbe non essere il caso in tutti gli scenari. È importante riflettere su questo aspetto e prendere in considerazione la possibilità di testare scenari diversi in esercizi futuri, perché potrebbero darci una visione ancora migliore dei rischi ambientali sostenuti dagli EPAP”.
Lo stress test è stato integrato da un’indagine qualitativa sulle misure di mitigazione e adattamento, che ha rivelato che, sebbene gli IORP (Occupational Retirement Provisions) stiano prendendo sempre più in considerazione i fattori ESG nelle loro decisioni di investimento, incontrano ancora notevoli ostacoli nell’allocare gli investimenti in categorie sensibili al rischio climatico. Solo il 14% degli IORP ha dichiarato di utilizzare stress test ambientali nella propria gestione del rischio. È importante notare che i risultati indicano che questo sottogruppo ha ottenuto risultati migliori nell’esercizio rispetto ai colleghi che non conducono tali analisi, suggerendo che i propri stress test climatici aiutano i fondi pensione europei a posizionarsi meglio rispetto ai rischi di transizione.
Un’altra indagine qualitativa collegata allo stress test ha analizzato in che misura gli EPAP cercano di mitigare gli effetti negativi dell’inflazione sul potere d’acquisto delle prestazioni future. Il 55% degli EPAP ha dichiarato di offrire piani in cui le prestazioni sono direttamente legate all’inflazione. Mentre il 67% di tutti gli EPAP ha dichiarato di puntare a una performance superiore all’inflazione con le proprie strategie di investimento o almeno di avere tra i propri obiettivi la mitigazione degli effetti dell’inflazione.
(Ndr: per l’italia hanno partecipato 28 fondi pensione tra cui il Fondo a prestazione definita del gruppo IntesaSanpaolo, il FP per il personale del Gruppo Unicredit )