Donne di tutto il mondo: dove siedono le donne in Europa

La coppia sessista Erdogan-Jean Michel porta alla riflessione sul valore delle “sedie”. Per alcuni/e le poltrone sono comode posti da cui giocare al potere, per noi sono, invece, luoghi strategici da cui combattere per la parità e la democrazia.

Proviamo a dare uno sguardo alla nostra Europa proprio partendo dalle “sedie delle donne”.

Angela Merkel, Christine Lagarde, Ursula Von Der Leyen, rispettivamente l’attuale cancelliera tedesca, le presidenti della Banca centrale europea e della Commissione europea, sono sicuramente le più note donne al potere in Europa e, ci dice Forbes, tre delle cinque donne politiche più influenti a livello mondiale secondo la classifica stilata nel 2020.

Ma aldilà della fama, qual è lo stato attuale della situazione di rappresentanza femminile in Europa?

L’indice sulla gender equality sviluppato dall’Istituto Europeo per l’Uguaglianza di Genere (EIGE) mostra che negli ultimi 10 anni il “potere” è l’area in cui sono stati compiuti maggiori progressi, ma è anche quella in cui il divario rimane più ampio. Il divario era tale, che i passi in avanti sono ancora nettamente insufficienti.

5 su 27 è il numero di donne a capo degli attuali esecutivi dei Paesi UE. Sono, quindi, solo 5 quelle che siedono nel Consiglio europeo, cioè nell’organismo che definisce gli orientamenti generali e le priorità politiche dell’UE (dove siede Draghi per l’Italia, tanto per essere chiare), numero raggiunto a gennaio 2021 con la nomina della premier estone Kaja Kallas

Chi sono e dove sono le donne

Danimarca: Mette Frederiksen è la premier dal 27 giugno 2019. Dal 2011 al 2014, Frederiksen è stata Ministra del Lavoro nel Governo Thorning-Schmidt I e, dal 2014 al 2015, ha ricoperto l’incarico di Ministra della Giustizia. Dal 28 giugno 2014 è la leader dei socialdemocratici. Viene spesso criticata per le sue posizioni molto dure contro l’immigrazione e la lotta alla prostituzione.

Estonia: Le neo premier Kaja Kallas è la leader del Partito Riformista (destra liberale), ex europarlamentare, europeista, 43 anni. Suo padre è l’ex primo ministro Siim Kallas, in carica dal 2010 al 2014, che è stato anche Commissario europeo ai Trasporti durante la presidenza Barroso. Il lavoro della prima premier donna in Estonia si affianca a quello della presidente Kersti Kaljulaid, 51 anni, capo dello Stato dal 2016, quarta in carica dall’indipendenza dall’Unione sovietica nel 1991.

Finlandia: La premier finlandese Sanna Mirella Marin, in carica da dicembre 2019, è la più giovane leader di governo nel mondo. Nata nel 1985, a soli 34 anni è diventata premier, già Ministra dei Trasporti, astro nascente del partito socialdemocratico (SPD). Marin è cresciuta in una famiglia di due mamme.

Georgia: Nel novembre 2018 la Georgia ha eletto il suo primo capo di Stato donna, Salome Zurabishvili. Nata a Parigi 68 anni fa da genitori georgiani che avevano lasciato il Paese nel 1921, dopo l’annessione all’Unione Sovietica. E’ entrata nella diplomazia francese da cittadina. Nel 2003 è andata in Georgia come ambasciatrice nella capitale Tbilisi e l’anno successivo ha ottenuto la cittadinanza su decisione del presidente georgiano. Diventa Ministra degli Esteri, fonda nel 2006 il partito La via della Georgia e viene eletta in Parlamento. Sostenuta da Sogno Georgiano, partito di governo, fondato nel 2012 dal miliardario Bidzina Ivanishvili diventa Presidente.

Germania: Cancelliera della Germania dal 22 novembre 2005, Angela Merkel, 66 anni, è tra le più note donne leader al mondo. Dal 2006 al 2019 il magazine Forbes ha inserito Merkel tra le 100 donne più potenti del pianeta. Si può non aggiungere altro.

Islanda: Katrìn Jakobsdòttir è Prima Ministra dell’Islanda dal 30 novembre 2017, seconda donna a ricoprire questo incarico dopo Jòhanna Sigurdardòttir. Leader dei Verdi, 44 anni, dichiaratamente femminista, è alla guida di una coalizione tripartitica composta da Partito dell’Indipendenza, Partito Progressista e i Verdi.

Lituania: Ingrida Imonyt è Prima Ministra della Lituania dall’ 11 dicembre. Economista, 46 anni, dal 2009 al 2013 è stata Ministra delle Finanze ed ha condotto una politica economica di austerità durante la crisi finanziaria globale.Eletta alle parlamentari nel 2016, due anni dopo ha vinto le primarie del suo partito, l’Unione della Patria – Democratici Cristiani di Lituania.

Norvegia: Erna Solberg è Prima Ministra dal 16 ottobre 2013 e la leader del partito conservatore norvegese. Ad affiancare Solberg, 59 anni, soprannominata la ‘Angela Merkel della Norvegia’, a due importanti dicasteri ci sono altre donne: Ine Eriksen Soreide, Ministra degli Esteri e Marit Berger Rosland agli Affari Europei. Si occupa spesso di diritti femminili, anche se vorrebbe leggi più restrittive per l’aborto.

Serbia: Ana Brnabi è Prima Ministra della Serbia dal 29 giugno 2017, eletta con il Partito progressista. L’economista 45enne è la prima donna, dichiaratamente omosessuale, a ricoprire tale carica nel Paese. Si definisce europeista e tecnocratica, anche se il suo governo è conservatore.

Slovacchia: Da marzo 2019 la Presidente della Slovacchia è Zuzana Caputova, 45 anni, giurista e avvocata, madre divorziata con due figlie, prima donna ad essere eletta capo di Stato nell’Europa centro-orientale.
Entrata in politica dopo l’assassinio del giornalista investigativo Jan Kuciak, si è impegnata a lavorare per i diritti di tutti – anche di immigrati e persone LGBT – contro ogni forma di ingiustizia e abuso. Dopo una lotta decennale è riuscita a fermare un’enorme discarica abusiva ed è premiata con il Goldman Prize, considerato il Nobel del Movimento Verde e dell’Ecologia.

Ma diamo uno sguardo ai numeri della popolazione europea per comprendere meglio che valore democratico ha la richiesta di rappresentare e sedere sulle “sedie” al vertice. Nel 2019, nell’Unione europea sono stati censiti 229 milioni di donne e 218 milioni di uomini.

Quindi, il primo argomento a favore del gender balance è statistico: guardando alla popolazione le donne dovrebbero ricevere almeno uguale rappresentazione, essendo il 51% della cittadinanza europea.

A fronte di ciò, però, solo il 38, 9% del Parlamento è costituito da donne con grandi differenze tra i singoli stati: da una parte un numero crescente di delegazioni nazionali si trova attorno al 50%, come Finlandia o Svezia; dall’altra, invece, in Paesi come Cipro (0%), Romania (18,2%), Slovacchia (21,4%) e Grecia (23,8%), le donne non rappresentano nemmeno un quarto degli eurodeputati. L’Italia si attesta al 41% con 30 donne su 73 europarlamentari.

L’entrata in vigore delle quote legislative di genere a livello nazionale ha fatto la differenza; si tratta di un meccanismo in vigore in dieci Stati membri: Belgio, Irlanda, Grecia, Spagna, Francia, Croazia, Italia, Polonia, Portogallo e Slovenia, seppur con regole diverse. Ad esempio, in Grecia le quote di rappresentanza di genere dovevano assicurare la presenza in ogni lista del 33 per cento di donne, mentre in Belgio è richiesta la stessa percentuale di candidati uomini e donne.

Siamo, però, consapevoli che le quote legislative di genere da sole non funzionano per raggiungere risultati elettorali concreti. C’è bisogno di sanzioni per chi non le rispetta, severe ed applicabili, ma anche di onestà nell’inserire le donne nelle liste dei seggi che possono vincere.

Sul valore e i risultati ottenuti con l’introduzione di sistemi elettorali con quote di genere, rimandiamo all’esaustiva ricerca di OpenPolis sul tema:
https://www.openpolis.it/parole/come-funzionano-le-quote-di-genere-nelle-elezioni-legislative-dei-paesi-ue/.

Con Ursula Von Der Leyen, prima donna a ricoprirne la Presidenza, la Commissione Europea naviga verso la parità: su 27 commissari, 13 sono donne. Per comprendere, la Commissione detiene le funzioni esecutive e il controllo del rispetto del Diritto comunitario. A ciascun Commissario corrisponde un ambito di responsabilità politica all’interno della Commissione: qui si decidono le politiche e la destinazione dei fondi. Sappiamo bene quanto questo ruolo sia cruciale nel determinare il cambiamento di visione che ci serve. Per ciò che riguarda il nostro settore, oggi, la Commissaria alla Finanza è l’irlandese Mc Guinness.

A livello di Stati nazionali, in generale, permangono sempre più uomini nelle posizioni di potere, con percentuali di donne che variano dal 54,5% in Finlandia al 7,7% di Malta.

Oltre alla poca rappresentatività femminile, le analisi di EIGE mostrano che esiste anche una differenza di genere nell’acquisizione dei portafogli. Se agli uomini vengono più spesso associati dicasteri di alto profilo, come esteri e interni, difesa e giustizia, economia e industria, alle donne si affidano solitamente gli ambiti socio-culturali. Insomma, destinate ad occuparci della cura del mondo e non di affari, economia e giustizia.

COVID-19

Come abbiamo già scritto nei lavori precedenti, e come sappiamo tutte fin troppo bene, la pandemia in corso ha avuto un impatto diretto su tutti gli aspetti delle nostre vite, incrementando anche le incidenze della violenza di genere e le gravi ripercussioni sulle opportunità delle donne.

Qui ci concentriamo brevemente sui luoghi del potere delle decisioni.

Da un’analisi di 115 task force nazionali in Europa di esperti Covid-19 si evince che l’85,2% aveva una prevalenza di uomini e solo il 3,5% attestava parità di genere. Nelle task force, la proporzione di donne varia da 0% in Lituania e 6,7% in Ungheria a 40,6% in Irlanda e 60% in Austria. Dall’altro lato, sono le premier donne in Danimarca, Finlandia, Germania, Islanda e Nuova Zelanda ad essere state riconosciute per la rapidità delle loro risposte alle difficoltà della crisi.

La nostra voce, come donne europee, non resta inascoltata e sedie o non sedie a gennaio 2021, il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione sulla prospettiva di genere nell’emergenza Covid-19, dove si sottolinea che le donne devono poter svolgere un ruolo centrale nel processo decisionale per la progettazione, l’attuazione e il monitoraggio delle misure a livello locale, regionale, nazionale ed europeo. Inoltre, la Gender Equality Strategy 2020-2025 della Commissione europea include la partecipazione politica femminile tra gli obiettivi prioritari, inserendo la promozione della partecipazione di donne sia come votanti che come candidate nelle elezioni 2024.

E’ cruciale rimuovere gli ostacoli che si frappongono tra noi ed il raggiungimento delle sedie giuste.

Troppo spesso la sottorappresentazione femminile in politica è stata addebitata ad una scarsa ambizione, mentre ci è profondamente chiaro che esistono barriere strutturali, culturali e sociali che continuano ad ostacolare le donne nel percorso di candidatura ed elezione. A questo riguardo proponiamo l’analisi del Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU sulla discriminazione contro le donne:
https://www.ohchr.org/Documents/Issues/Women/WG/A.HRC.23.50_English.pdf.

Tra i fattori che contribuiscono alla sottorappresentazione femminile ci sono sicuramente l’assenza di modelli femminili, gli stereotipi di genere, un accesso alle risorse fortemente discriminante e la violenza nei confronti delle donne nella vita politica.

Inoltre, se i social media da un lato possono essere uno strumento per dare alle candidate una maggiore visibilità, dall’altro e pericolosamente sono luogo in cui si esercita contro le donne, più che contro gli uomini, la violenza psicologica, sotto forma di commenti sessisti, mobbing, intimidazioni.

Insomma, i problemi li conosciamo bene. Quello su cui ci dobbiamo focalizzare, sono le possibili soluzioni

In base a quanto elaborato dall’EIGE, dall’European Women’s Lobby (EWL), dall’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa e anche ad alcune ricerche condotte per il Parlamento europeo vengono identificate alcune buone pratiche per migliorare il gender balance, partendo da un approccio che guarda al tema a 360 gradi, a partire dalle misure che includono la modifica dei sistemi elettorali e la creazione di un quadro istituzionale favorevole all’introduzione di quote di genere vincolanti. Considerando anche la difficoltà superiore per le donne di alcuni paesi, le buone pratiche possono partire da misure “soft” come quote di genere volontarie e una formazione in grado di accrescere la consapevolezza di se e dei propri diritti, al tutoraggio e, cosa non secondaria, al finanziamento delle campagne elettorali.

Noi sappiamo bene, che il vero passaggio è smontare gli stereotipi di genere che delegittimano donne e ragazze a partecipare alla vita politica ed incoraggiare ognuna di noi, invece, in modo proattivo.

Ma non basta: c’è bisogno di un profondo lavoro culturale anche sul versante dei modelli di leadership, che significa modificare profondamente, per donne e uomini, il valore di un migliore equilibrio tra il lavoro e altri ambiti della propria vita. Ma questa è un’altra storia…

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